Riserva Monte Genzana

Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio

Archeologia nel territorio di Pettorano sul Gizio

Le conoscenze sul patrimonio archeologico esistente all’interno della Riserva Naturale sintetizzate nel Piano di Assetto Naturalistico del 1998 risultano attualmente superate: sia perché dal 1998 al 2006 si è aggiunta una seria di nuovi dati diretti (scavi) e indiretti (studi), sia perché gli argomenti risultano sbilanciati totalmente sulla fase cronologica preistorica (Paleolitico, Neolitico, Età del Bronzo).
I nuovi dati materiali emersi all’attenzione degli specialisti post 1998 sono sostanzialmente:

Individuazione e scavo provvisorio del sito nella Valle di Santa Margherita;
Individuazione ed esplorazione superficiale del sito in località la Pinciara.

Il sito della Valle di S. Margherita è stato individuato nel 1999 ed è stato oggetto di scavi provvisori negli anni 2000-2005. Dalla documentazione archeologica raccolta risulterebbe che l’area sarebbe stata interessata da uno tempio (forse due) di notevoli dimensioni, la cui datazione tuttavia resta incerta (alcuni reperti, come per es. un raschiatoio realizzato su pietra calcarea, possono essere attribuiti al paleolitico). Almeno per l’età del ferro si è ipotizzata una frequentazione a carattere cultuale.
Nonostante l’interessamento riscontrato nel corso di circa un quinquennio su quest’area, bisogna riconoscere che le informazioni scientifiche fornite da chi è intervenuto direttamente negli scavi sono piuttosto scarse. Una conoscenza più approfondita del sito, sarebbe auspicabile tramite un programma di scavi più organico e incisivo, per riportare alla luce i diversi strati di materiali che si sono sovrapposti nel corso dei secoli.
Per questo stesso sito va comunque tenuto in considerazione il fatto che si trova in una valle che ha avuto una continuità di culto notevole. Infatti, proprio a pochi metri di distanza da questi ritrovamenti sorge la chiesa extramuranea dedicata alla patrona del paese, Santa Margherita. Attestata a partire dal XIV secolo, fu costruita nel bel mezzo di questa valle che tuttora porta il suo nome, luogo ricco di acqua e da cui trae origine il fiume Gizio. Il motivo del legame tra la santa e l’acqua può essere rintracciato in quanto si narra nella Vita di Santa Margherita: in una serie di torture, venne gettata in una vasca di acqua gelata, senza però subire danno. Alla santa, quindi, proprio a causa di questa tortura con l’acqua gelata, venne riconosciuto un ruolo di controllo e protezione delle acque gelide. Ed è proprio questo il legame tra Santa Margherita e la valle del fiume Gizio. Di conseguenza, la costruzione di una chiesa a lei dedicata proprio nel luogo in cui ha la foce il Gizio vuol essere il riconoscimento di tale ruolo. L’acqua, pertanto, era percepita come elemento contemporaneamente prezioso e pericoloso tanto da essere messo sotto la protezione di una santa.
In sostanza si tratterebbe di una sovrapposizione di un culto cristiano ad un preesistente culto pagano, ancora da indagare e definire. Tuttavia, quel che è certo è che si tratta di un luogo in cui l’elemento cultuale sembra essere continuo e documentabile dall’antichità fino ai giorni nostri.

Il sito in località Pinciara è stato spesso ignorato dagli enti e studiosi del settore archeologico, tuttavia risulta ben noto a tombaroli e ladri occasionali, che hanno per più di un decennio praticato scavi clandestini riportando alla luce preziosi materiali, finiti sul mercato antiquario.
Il toponimo “Pinciara” (< abr. pinge ‘tégola’ < lat. abr. pincius ‘tegola’ + suff. lat arius –a; cfr. TAM 306) indica un luogo in cui si costruivano e/o vendevano le tegole, oppure un luogo in cui vi erano casette di argilla impastate di paglia (cfr. LEA 449; DAM III 1495), ed è attestato almeno dal 1577 fino ad oggi. Che fosse, quindi, un luogo in cui si lavorasse l’argilla fin da tempi piuttosto antichi è una certezza. Infatti, tra i ritrovamenti illegali di quest’area, particolarmente cospicui risultano i frammenti di terracotta sigillata. È uno dei siti che va sicuramente incluso in una prospettiva di ricerca archeologica del territorio. Sul piano degli studi, sono numerose e di varia natura le nuove acquisizioni, sia per il territorio della Riserva sia per il territorio circostante. Dalle fonti documentarie alle indagini sulla toponomastica storica, dalle epigrafi (si segnala il ritrovamento a Pettorano dell’iscrizione romana CIL IX 3124, data per dispersa dalla fine dell’Ottocento) alla fonti letterarie greche e latine, le nuove pubblicazioni mettono a disposizione una tale massa di elementi di discussione che è anacronistico continuare ad ignorare. Tuttavia, come si è accennato, l’indagine archeologica deve essere allargata anche ad altri periodi cronologici, vale a dire dalla caduta dell’Impero Romano a tutto l’alto medioevo, dal basso medioevo al Rinascimento, fino all’età moderna. In questi ambiti cronologici non è stato fatto molto per una esplorazione materiale dei siti. Sarebbe, per esempio, interessante identificare quei vici o pagi che – in numero di circa 11 secondo uno storico locale – avrebbero dato luogo all’attuale centro abitato di Pettorano tra X e XI secolo.

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