Riserva Monte Genzana

Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio

Il centro storico

Castello Cantelmo

Vd. scheda del castello

Palazzo Ducale

Fu dimora principale della famiglia feudale che per secoli governò il paese, i Cantelmo. Il palazzo, che doveva essere tra i più monumentali e ricchi del paese, ha subito varie modifiche nel corso dei secoli, dovute soprattutto alle diverse funzioni (attualmente ospita il municipio), ma conserva ancora parte del suo fascino; è formato da tre corpi rettangolari uniti ad “U”, con il lato aperto verso la valle del Gizio. Nel cortile spicca una bella fontana in pietra, decorata con motivi vegetali, fatta costruire da Fabrizio II Cantelmo nella prima metà del XVII secolo, come si legge nell’iscrizione ancora ben visibile sulla base. La facciata principale è in parte coperta da una scalinata, alla base della quale è visibile uno stemma inciso nella pietra; sulla stessa parete è dipinta un’antica meridiana, arricchita da una cornice raffigurante i segni zodiacali ed altri elementi celesti. Il portale, ornato dallo stemma gentilizio, era originariamente sulla parete laterale e venne in seguito spostato nella collocazione attuale. Nei locali sottostanti la scalinata, ora occupati da un ristorante, si trovavano la scuderia e una cantina, della quale si conserva ancora un caratteristico torchio in legno.

La Castaldina

L’edificio era in origine la residenza dei Castaldo, amministratori della famiglia Cantelmo. Nel 1770 venne integralmente ristrutturato dal nuovo proprietario, Filippo De Stephanis, come testimonia l’iscrizione posta sulla finestra centrale. Proprio a questo intervento settecentesco si deve il caratteristico aspetto tardo-barocco dell’edificio, con le due colonne del portale centrale che sembrano sorreggere il balcone sovrastante. La facciata si presenta tripartita ed è arricchita dai particolari architettonici: i portali e le finestre sono tutti lavorati ed impreziositi da piccole finestrelle ogivali; tra le finestre del piano rialzato due nicchie abbellite da elementi vegetali dovevano originariamente contenere ulteriori elementi decorativi, purtroppo scomparsi; un grande stemma orna il portale della finestra centrale. Tra gli elementi più caratterizzanti la struttura e pienamente rispondenti al gusto dell’epoca sono i balconi fortemente sporgenti ed arrotondati, lavorati in ferro battuto ed ingentiliti da applicazioni floreali. Secondo una tradizione locale l’edificio sarebbe sorto sulle fondamenta di un’antica torre di difesa: la posizione, fortemente a strapiombo sulla valle del Gizio potrebbe avvalorare tale ipotesi, ma fino ad ora non ne sono state riscontrate prove certe.

Palazzo Croce

Ha mantenuto la sua struttura originaria soprattutto all’esterno e presenta due ingressi, uno su Via S. Antonio e l’altro sull’attuale strada provinciale, un tempo denominata Via Sabaot. L’interno conserva nell’atrio il prezioso frammento epigrafico dell’Editto di Diocleziano.

Palazzo Giuliani

L’imponente edificio fu costruito nel corso del XVIII secolo: sul portale principale è scolpito lo stemma della famiglia, raffigurante un cavallo ed una croce, le iniziali del capostipite della famiglia pettoranese (Gaetano Giuliani) e la datazione in cifre romane (1772). All’interno del palazzo è ancora conservata la bella gradinata in pietra originaria.

Palazzo Vitto-Massei

Collocato accanto al palazzo Croce, anch’esso ha ingressi sulle due strade parallele. La magnificenza del palazzo, ancora ben conservato nei suoi elementi architettonici e decorativi originari, traduce simbolicamente la potenza economica della famiglia. Qui venne ospitato il re Ferdinando di Borbone nel 1832. Nell’atrio del palazzo è visibile un’iscrizione di età romana rinvenuta all’inizio del XIX secolo, che riporta il nome di una sacerdotessa di Cerere e Venere, appartenente alla gens Mamia.

Palazzo Del Prete-Nola

Attualmente suddiviso in due proprietà: Del Prete nella parte prospiciente il Castello, Nola nella restante parte lungo Via Marconi. Il palazzo, databile al XVIII secolo, costituiva originariamente un corpo unico, fatto costruire o riadattare su un edificio preesistente dalla famiglia Croce, come indicano gli stemmi di tale casata presenti sopra i portali principali. Infatti, prima di essere di proprietà dei Nola-Del Prete, l’edificio apparteneva a don Croce Croce, notaio del regno di Ferdinando di Borbone. Di un certo interesse risulta un bassorilievo lungo la prima rampa di scale nella proprietà Del Prete.

Palazzo Gravina

Edificio costruito nel XVII secolo su un corpo preesistente, le cui strutture sono ancora ben conservate e visibili nelle cantine; da notare anche una bella bifora al piano superiore. Importante componente della famiglia fu Pasquale Gravina (1779-1828), medico appassionato di botanica, al quale venne anche dedicata una pianta dal botanico Michele Tenore, la cosiddetta Brassica gravinae.

La Locanda

È posta poco lontano dal castello, sulla vecchia Via Napoleonica, un luogo di sosta e ristoro per chi transitava lungo questa importante arteria viaria del Regno di Napoli e allora definita “regina viarum” proprio per il suo ruolo nella viabilità tra la Valle Peligna, il Molise e la Campania. La Locanda era anche un luogo di rifugio per i viaggiatori, visti i numerosi pericoli in cui incorreva chi si metteva in viaggio attraverso regioni infestate all’epoca da briganti e banditi, motivo che induceva le principali compagnie di trasporto a stipulare assicurazioni per i propri passeggeri. L’edificio ha un ampio portone d’accesso sulla via Napoleonica, un tempo utilizzato dalle carrozze, sormontato da uno stemma dei Cantelmo. Tramite un cortile interno si accede al pianterreno dove erano i servizi di ristoro e i magazzini; una gradinata conduce al piano superiore, dove erano allestite le stanze d’alloggio. Attualmente la Locanda è adibita ad abitazione privata e ristorante.

Chiesa Madre

Una chiesa dedicata a San Dionisio viene citata già in documenti di papa Lucio III del 1183 e di papa Clemente III del 1188. La ritroviamo poi citata in alcuni documenti dal XIV al XVI secolo. Fino al 1589 viene definita chiesa madre quella in onore di San Dionisio, ma dal 1594 il titolo passa ad una non ben identificata S. Maria della Porta. La denominazione “della Porta” fa pensare alla vicinanza ad uno degli accessi cittadini e a volte viene attribuita anche a San Dionisio. La spiegazione ditale denominazione potrebbe ricercarsi nell’urbanistica originaria del paese: in prossimità dell’attuale Chiesa Madre doveva chiudersi la più antica cinta muraria, estesa in seguito, nel corso del XVI e XVII secolo, fino agli attuali confini. Bisogna forse spiegare le differenti attribuzioni pensando ad una fusione di due complessi architettonici dedicati rispettivamente a San Dionisio e a Santa Maria; l’accorpamento dovette avvenire dopo il terremoto del 1456. Da questo momento si trova, infatti, attestato un edificio dedicato ad entrambi i Santi. Alcune vicende posteriori della chiesa ci vengono raccontate dall’iscrizione posta sull’architrave del portale: l’edificio, dopo un incendio del 1694, subì ulteriori danni in seguito al terremoto del 1706 e la ricostruzione, iniziata nel 1718, finì nel 1728. La zona della Chiesa Madre veniva denominata “Prece”, nome derivante secondo un’etimologia popolare dal latino preces, preghiere. Tuttavia, è preferibile ricondurre il toponimo alla parola latina praeceps, che significa precipizio, pendio, data la sua posizione a cavallo delle due vallate, a est verso il torrente Riaccio e ad ovest verso il Gizio. Da notare sul lato destro della chiesa il bel portale rettangolare, traslato dal Convento del Carmine nel 1842, come ricorda la data incisa sotto lo stemma comunale posto sopra l’ingresso: la decorazione a blocchi bugnati è arricchita da figurazioni a bassorilievo di animali fantastici ed elementi vegetali, due statue di leoni a tutto tondo sorreggono l’arco. Sullo stesso lato della Chiesa Madre venne costruita nel 1897 una fontana ornamentale con due statue in bronzo raffiguranti le divinità Nettuno ed Anfitrite e teste zoomorfe da cui sgorga l’acqua.

Chiesa di San Rocco

Fu costruita in seguito alla peste che falcidiò la popolazione nel 1656. San Rocco, protettore degli appestati, venne onorato in quasi tutti i paesi che conobbero la terribile malattia con la costruzione di una chiesa a lui dedicata. Particolare risulta la posizione della chiesa a Pettorano; infatti solitamente la chiesa di San Rocco veniva edificata fuori dalle mura urbane, mentre in questo caso l’edificio si trova nel cuore del paese. L’iscrizione sulla facciata della chiesa, un edificio dalle forme assai semplici, esprime il terrore degli abitanti per il terribile male che li aveva colpiti e l’invocazione al Santo perché li liberi. Scendendo lungo Via Orticello, sul portale laterale della chiesa è ben visibile uno stemma bernardiniano.

Chiesa della Madonna della Libera

Fu fatta costruire nel 1680 dalla famiglia aquilana dei Vittori, come si legge nell’iscrizione posta sulla sinistra dell’ingresso. L’edificio, molto semplice nella facciata e nell’architettura, conserva all’interno un altare in marmo sormontato da un dipinto raffigurante la Madonna della Libera. Tale culto, particolarmente sentito dai cittadini della vicina Pratola Peligna, richiamava in quel luogo ogni anno molti pellegrini pettoranesi, per i quali si pensò di far costruire questo piccolo santuario.

Chiesa di S. Nicola

Si tratta di una delle più antiche chiese pettoranesi: una prima attestazione si trova in un documento pontificio di Pasquale II del 1112, confermata dai successivi documenti papali del XII secolo. Secondo la tradizione locale sarebbe stata costruita sulle fondamenta di un tempio pagano, del quale però non esistono prove certe. Si presenta come una tipica chiesetta rurale, con interno molto semplice; un’iscrizione del XII-XIII secolo sull’architrave della facciata appartiene alle fasi più antiche dell’edificio, assai rimaneggiato nel corso dei secoli, soprattutto in seguito al terremoto del 1706.

Chiesa di San Giovanni

La più antica attestazione si trova in un documento di Lucio III del 1183 e in uno successivo di Clemente III del 1188. L’edificio attuale, semplice e modesto nelle proporzioni, non conserva nulla di quello originario che nei documenti del XVIII secolo risulta adibito a magazzino; sulla facciata, scolpita sull’architrave del portale, un’iscrizione riporta la data “Die 16 iunii 1536”, da riferire ad una delle ristrutturazioni operate sull’edificio. L’interno, a pianta irregolare, è stato completamente ristrutturato di recente; si conserva una bella acquasantiera in pietra.

Chiesa di Sant’Antonio

Secondo lo storico locale Pietro De Stephanis la chiesa doveva essere inizialmente dedicata a S. Maria della Vittoria. Annesso all’edificio sacro era un ospedale per il ricovero dei poveri e dei pellegrini (xenodochio), che nel 1719 fu dichiarato luogo profano e quindi chiuso dal vescovo Francesco Onofrio Odierna, come ricorda un’iscrizione ancora visibile sulla porta dell’originaria sacrestia. L’architettura del complesso ha subito radicali mutamenti nel corso dei secoli; in particolare la chiesa non mostra nulla dell’edificio originario, essendo stata completamente ristrutturata nel 1949.

Porta San Nicola

Conserva ancora sulla sinistra notevoli resti di un tipo di torretta di difesa circolare che in origine doveva affiancare tutte le porte cittadine. Di notevole interesse risulta l’affresco situato nella parte più alta dell’arco: vi è raffigurata, tra due colonnine terminanti a fiaccola, Santa Margherita che sorregge con la mano sinistra il paese e con la destra una croce. La raffigurazione della struttura urbana, vista da Sud-Ovest, risulta particolarmente realistica; infatti sul puntone pentagonale del castello è rappresentata una rigogliosa vegetazione, visibile fino ai recenti lavori di restauro del fortilizio. L’opera potrebbe essere datata intorno al 1656, come suggerisce una targa recentemente riportata alla luce da lavori di restauro.

Porta del Mulino

È il più modesto degli accessi al paese ma assai utile in passato. Come suggerisce il nome, attraverso questo passaggio si accedeva ai mulini sul fiume, fatti costruire dai Cantelmo. Attualmente la zona, assai suggestiva dal punto di vista naturalistico, conserva ancora i resti di queste antiche costruzioni (alcune risalenti al XVI secolo), e della ramiera ducale officina per la lavorazione del metallo.

Porta Cencio detta anche Reale o delle Manare

Le diverse denominazioni derivano da varie situazioni; il toponimo Cencia designava la piazzola antistante a forma circolare, come una cintura (dal latino cingula, cintura) realizzata su un dirupo. L’antica denominazione di Porta delle Manere (o Manare) non ha spiegazioni sicure: secondo alcuni si potrebbe collegare con la quasi omonima Porta Manaresca di Sulmona, termine spiegabile con l’espressione latina “mane arescit” che indicherebbe l’aridità del suolo per la lunga esposizione al sole (le porte sono esposte entrambe ad oriente) oppure derivante dal nome Manerio, conte di Valva e Signore di Pacentro. Solo dopo il 1832, quando il re Ferdinando II di Borbone entrò nel paese attraverso questa porta, assunse il nome di Porta Reale. Nei pressi di questa porta fino a qualche decennio fa erano ancora visibili i resti di una torretta di difesa, simile a quella posta a lato di Porta S. Nicola.

Porta San Marco o delle Macchie

Era ed è tuttora l’accesso più vicino al castello. La statua che sovrasta l’arco rappresenta Sant’Antonio, posto tra due pinnacoli. Nelle vicinanze doveva trovarsi una chiesa dedicata a San Marco, ricordata in alcuni documenti, che dette il nome alla zona e alla porta. La denominazione secondaria si deve invece al fatto che da questa porta parte una strada, un tempo denominata via delle Macchie, che conduce alla Chiesa di San Rocco.

Porta S. Margherita o delle Frascare

È posta sul versante Sud-Ovest del paese verso le sorgenti del fiume Gizio, dalla quale parte la strada esterna per raggiungere le chiese rurali di S. Margherita e di S. Sebastiano e S. Lorenzo. L’etimologia popolare riconduce il nome secondario della porta al fatto che vi passassero i taglialegna per andare in montagna a fare le “frasche”.

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